Spaghetti Chitarra I liutai italiani che diedero al rock l' arma perfetta

08.04.2017

NEW YORK Immaginatevi la scena. Da una parte c' è lui, Andrés Segovia, nato Andrés Torre Segovia Marqués de Salobrena, il più grande chitarrista classico del Novecento: un mito. Dall' altra Maccaferri Mario, da Cento, provincia di Ferrara, emigrato a Parigi, Londra, finalmente New York, che sarà anche liutaio e imprenditore geniale, però da tempo ha messo da parte l' ebano e l' arte per inseguire i milioni che gli porta quel materiale che sta facendo impazzire il mondo: la plastica. «Ecco, Andrés, ti prego, devi provarla, è bellissima, l' ho realizzata per te». E certo che è bellissima: ma è di plastica. «Guarda, Andrés, se la suoni soltanto una volta, in con certo, è fatta». E certo che sarebbe fatta. Siamo agli inizi degli anni Sessanta e il mercato delle chitarre è alle stelle grazie a quei quattro ragazzi che si fanno chiamare Beatles. Tutti vogliono strimpellare. E se perfino Segovia poggia le dita divine su una Maccaferri - sai che botto? No: Segovia non si azzardò mai. E per i musicisti di tutto il mondo le chitarre di plastica restarono da allora quello che effettivamente sono: chitarre di plastica. Giocattoli. Peccato? Dipende. Maccaferri Mario è comunque passato alla storia come l' uomo che introdusse la plastica negli strumenti musicali, in primis l' ancia dei fiati, benedetta perfino da Benny Goodman. E poi la sua avventura è solo un capitolo di quell' irresistibile libro che è la storia degli Stradivari del rock: i continuatori di quella italica tradizione che dal Settecento arriva ai giorGeorge Benson, Jim Hall, Mark Knopfler, Django Reinhardt, Andrés Segovia: i più grandi musicisti del Novecento hanno incrociato l' arte che i nostri immigrati si tramandavano da generazioni. Ora una mostra a New York celebra questi "guitar heroes" che abbandonarono il mandolino per dedicarsi allo strumento che avrebbe cambiato la musica ni nostri. I costruttori di chitarre che hanno cambiato il suono della musica. George Benson, Jim Hall, Mark Knopfler e Grant Green, Steve Miller e Paul Simon, Bucky Pizzarelli, Charlie Christian e Django Reinhardt - per non parlare appunto di Segovia. I più grandi chitarristi del Novecento, dal jazz al rock, hanno incrociato la manifattura italiana. O meglio: italo-americana. Fino alla santa triade dei liutai di New York: D' Angelico, D' Aquisto e Monteleone. Le tre "J": John, Jimmy e ancora John. Merito del genio tricolore o del solito stellone? Gli americani non lo dicono perché - loro sì - son brava gente. Ma questa storia degli italiani che hanno costruito i suoni più belli d' America - e a cui il Metropolitan di New York dedica la mostra intitolata mica per niente "Guitar Heroes" - in fondo nasce da una truffa. È la fine dell' Ottocento quando gli Spanish Students invadono gli States tutti vestiti come tante comparse della Carmen incantando al suono delle loro "bandurria". È una febbre. E quando la tournée finisce gli spagnoli lasciano un vuoto che qualcuno sente l' obbligo di colmare. I napoletani non hanno mai visto una "bandurria": ma il mandolino può andare bene lo stesso, no? Così al formidabile gruppo di Ignacio Martin si sostituiscono pian piano caterve di Antonio, Domenico, Pasquale. Tutti lì col loro bel mandolino e tutti addobbati da Fiera di Siviglia - anche se nati e cresciuti a Piedigrotta prima di imbarcarsi per Lamerica. Qui la leggenda si fa storia. Il boom del mandolino porta al riconoscimento del primo made in Italy con la straordinaria ascesa di Angelo Mannello, il liutaio partito con le pezze al sedere da Morcone, Benevento, e incoronato all' Esposizione universale di St. Louis, 1904. Ma sono le tre "J" a imprimere per sempre il marchio dell' italianità alle chitarre made in Usa. Anche qui, manco a farlo apposta, partiamo ancora da un piccolo plagio. John D' Angelico, classe 1905, figlio di un sarto di Little Italy, comincia ovviamente costruendo mandolini. E quando la moda passa - gli americani si sono buttati su quel banjo che meglio riecheggia la loro tradizione western - pensa di darsi alle chitarre. Ma perché non provarne una col fondo bombato da mandolino? L' idea è geniale per l' acustica: ma non certo originale. John ruba l' intuizione di un certo Orville Gibson da Kalamazoo, Michigan, e il suo primo modello sembra davvero la copia carbone dell' L-5, la rivoluzionaria chitarra dell' ora mitica Gibson. Tant' è. In breve l' italiano riesce a imporre il suo nome e al negozietto di Kenmare Street, laggiù a Little Italy, si affacciano tuttii grandi che affollano i fumosi locali jazz di New York. Un giorno si affaccia anche un ragazzino, James D' Aquisto detto Jimmy: la seconda "J". Che non solo alla sua morte raccoglie i suoi clienti e il suo negozietto: lancia, anche lui, una linea di chitarre che si chiamano Advance, Centura, e cambiano per sempre il design dell' electric guitar. E qui entra in scena l' ultima "J", John Monteleone, lo Stradivari dei nostri giorni che rilancia - e tecnologicamente aggiorna- l' arte appresa non solo dall' amico D' Aquisto ma anche dall' ormai novantenne Maccaferri: sì, quello che voleva far suonare la chitarra di plastica a Segovia. Il ciclo si chiude ma la leggenda dei Guitar Heroes, si spera, continua: scommettiamo che prima o poi lo troviamo un altro italiano che - truffa o non truffa - riesce a tenere l' America sulle corde?

Ps. Nella foto Mario Maccaferri

da:  LA DOMENICA DI REPUBBLICA     DOMENICA 20 MARZO 2011

Monteleone
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